la storia di Sante Pollastri

Il testo è stato estratto da “Nessuno può portarti un fiore” di Pino Cacucci

Sante Pollastro alla corte d’assise di Parigi

Il ciclista con la pistola

Il 15 dicembre 1919 alla stazione di Reggio Emilia scende un giovane con una piccola valigia in mano. Ha vent’anni, una chioma di capelli neri e un bel volto su cui spicca un leggero strabismo all’occhio sinistro che rende un po’ indisponente il suo sguardo svagato. È piuttosto alto e agile di movimenti, ha l’aspetto fine e una certa innata eleganza nonostante gli abiti dimessi. Esce dalla stazione, guarda il cielo plumbeo e pensa: “Meno male che non piove”. Posa la valigia a terra e comincia a spogliarsi. Cappotto, giacca, pantaloni, indumenti un po’ lisi ma decorosi, che ripiega con cura e mette nella valigia. Qualcuno si ferma a osservarlo, e quando toglie anche la camicia e resta in mutande gli sguardi dei presenti da perplessi diventano stupefatti: Ma el matt, li lò?

E dopo aver riposto le scarpe e i calzini, si toglie anche le mutande. Prende la valigia e si avvia a passo lento e disinvolto verso il centro. Completamente nudo. Le donne e gli uomini che incrocia restano allibiti. C’è chi pensa più al freddo che fa, cul matt là al ciaparà so na polmonite, puvrein, ma anche chi nota la muscolatura perfetta, polpacci robusti e cosce snelle, da buon ciclista. Lo stupore, in molti passanti, produce una strana indifferenza: il giovane è talmente tranquillo – cammina e guarda dritto davanti a sé come se fosse perfettamente a suo agio – che nessuno si ferma. Giusto qualche occhiata da dietro, quando è ormai passato oltre.

Un ferroviere ha avvertito gli agenti di servizio in stazione. Non ci vuole molto per raggiungerlo. Lo superano e gli si parano davanti: non sanno bene cosa fare, sono indecisi se afferrarlo di peso o provare a chiedere che diamine gli passi per la testa. E non lo toccano. Lui si ferma, sorride, e non dice niente. “Giovanotto, ti senti bene? Guarda che è vilipendio al pudore…” Sorride, alza un sopracciglio e fa un’espressione enigmatica, quasi volesse dire che non dipende da lui.

Uno dei tre agenti compie finalmente il gesto: lo prende per un braccio. Ma non è una stretta, appena un contatto timido, perché un conto è avere a che fare con i delinquenti, e un conto è trattare coi matti. Il giovane guarda prima la mano sul braccio, poi alza gli occhi al cielo e respira a fondo. Neanche fosse in alta montagna in piena estate.

Arriva l’ambulanza, un po’ scassata, residuato della Grande guerra. Gli infermieri gli mettono una coperta sulle spalle. Li segue docilmente.

In stato di fermo, scoprono che si chiama Sante Pollastro e che ha una fedina penale fitta di denunce e arresti: il primo risale a quando aveva appena tredici anni, e a quindici era già considerato “recidivo”. La questura lo ha consegnato alle cure dei medici, ma ora, appurato di chi si tratta, la polizia non ha dubbi: con questa sceneggiata del nudismo nel centro della città emiliana sta provando a farla franca perché è un disertore, sulla sua testa pende una condanna a quindici anni emessa dal Tribunale di guerra di Alessandria. Certo, la guerra è finita da oltre un anno, ma lo stato pretende che vada comunque sotto le armi. Ecco perché si trovava su quel convoglio militare, da cui è sceso durante una sosta alla stazione di Reggio Emilia. Non è pazzo, decretano i medici impietosi dell’ospedale, dopo aver ricevuto una lunga velina dalla questura. Con gli schiavettoni ai polsi, lo rispediscono alla caserma di Torino.

Poi, il Tribunale militare accetta di considerare come una forma di demenza l’avversione di Pollastri Santo o Pollastro Sante – già è difficile stabilire come si chiami davvero – alla vita castrense. Forse quella corte marziale è stanca delle innumerevoli fucilazioni di soldati renitenti durante la guerra, meglio un “mezzo pazzo” che l’ennesimo lavativo in una cella, che se la sbrighino gli psichiatri, i generali hanno altro a cui pensare. E lo rinchiudono nel manicomio di Collegno,a fare lo smemorato come tanti altri, in largo anticipo sul famoso caso del 1926.

In effetti lo avevano iscritto all’anagrafe come Santo Decimo Pollastri, nato a Novi Ligure il 14 agosto 1899, figlio di Giuseppina Cabella e di Vincenzo, sellaio. Un padre che prima abbandona la famiglia e poi muore di pellagra quando Santo ha solo sette anni. Intanto, tutti lo chiamano Sante, e quando qualcuno storpia il cognome in Pollastro lui non lo corregge, anzi, presto comincerà a farlo suo, quando gli chiederanno le generalità ai primi fermi dei carabinieri.

Non è ancora orfano che già lavora in una fornace di mattoni. A casa c’è da sfamare la sorella, Carmelina, tre anni meno di lui: Sante la adora, non sopporta di vederla patire la penuria che sta scivolando nella miseria nera, e così l’infanzia se ne va via presto, tra un impasto e l’altro e i mattoni da caricare in spalla.

Quel sapore amaro che sente sempre in bocca non è dovuto al fumo e alla polvere rossastra. È rabbia sorda: per i padroni che gli danno un salario indegno, per i capoccia che sbraitano e rifilano scoppole, per i “signori” che se la spassano mentre i poveracci ingoiano umiliazioni. E la gente del borgo che si accalca davanti alla caserma del 44° Reggimento in attesa di una mestolata di zuppa – gli avanzi della mensa del Regio esercito – lui la guarda non con commiserazione ma con rancore: a che serve sgobbare dodici ore al giorno se la miseria non te la scrolli mai di dosso…

Rubare è giusto, anzi doveroso, per Santèin, che a undici anni non si sente più un bambino. Ha un pugno di amici fidati, coetanei avvezzi alla vita di strada. Lì vicino c’è lo scalo ferroviario di San Bovo, con tutti quei treni merci carichi di ogni cosa. Carbone, tanto per cominciare, ché a Novi d’inverno fa un freddo cane. Sante e i suoi imparano presto a scardinare i portelloni. E una volta riempita la carbonaia di casa, va a distribuirne con una carriola alla gente miseranda del borgo. Lui, Sante Pollastro, non aspetta l’elemosina di una scodella di zuppa davanti alla caserma: va a prendersi ciò che occorre a sopravvivere dove ce n’è in abbondanza. Si ingegna a farsi un’imbragatura per appendersi ai vagoni provenienti dal porto di Genova e diretti in Svizzera, che a Novi rallentavano permettendo a lui e i suoi di saltare sui predellini, agganciarsi ai portelloni e aprirli con i piedi di porco. I ragazzini della banda lo considerano ormai un capo, e lo soprannominano Rangugnìn, rissoso, attaccabrighe, perché tiene testa a chiunque. Ma non è spavaldo, men che mai un prepotente. Al contrario, nel borgo lascerà di sé un ricordo di ragazzino dal cuore buono e generoso, sempre disponibile quando c’è da dare una mano a qualcuno. Insomma, Santèin è precoce, nell’individuare amici e nemici. Questi ultimi, sono i signori ben pasciuti e gli sbirri che li difendono.

Gli sbirri non tardano a piombargli addosso. Il 25 maggio 1912 lo acciuffano dopo che ha “svaligiato” un vagone di mattonelle per la stufa: gliene trovano solo quattro, ma bastano per buscarsi quindici giorni di gattabuia. Santino non lo sa, ma appena un mese prima è morto Jules Bonnot, l’anarchico che inventò la rapina in banca in automobile, crivellato di pallottole dopo un lungo assedio in una cascina alle porte di Parigi. Più avanti, la figura di Bonnot sarà per lui un costante riferimento. In quanto alle automobili, preferirà sempre la bicicletta, prima per tentare una improbabile carriera di corridore, poi per fuggire. E già allora, da ragazzino, Costante Girardengo è un idolo. Il campione di Novi Ligure ha sei anni più di lui, comincia a mietere vittorie mentre Santino va e viene dalla prigione – altri quindici giorni, poi trenta, e sessanta… – e non possono certo conoscersi e frequentarsi, distanti come sono le loro condizioni e l’età che li separa, e anche se Novi è piccola, uno è già un campione, l’altro il futuro bandito.

Sante adolescente ha una Bianchi da corsa. Non l’ha rubata, ma è grazie ai furti che ha potuto comprarla. Sogna di eguagliare le imprese di Girardengo, eppure, nelle gare di provincia non arriva mai tra i primi. La bicicletta resta una passione, nonché il mezzo per sfuggire alle guardie: non a caso Lombroso scriveva già nel 1900 un saggio dal titolo Il ciclismo nel delitto, definendo quel mezzo di locomozione come un pericoloso strumento generatore di delinquenza, “la passione del pedalare trascina alla truffa, al furto, alla grassazione”. Ma è con la pistola che Sante eccelle: dalla villa di un conte che ha svaligiato, si è portato via una pistola francese da tiro a segno, una Flobert di piccolo calibro con cui ben presto fa la prodezza di centrare una moneta a venti metri. Poi, si esercita a sparare pedalando: lampioni, isolatori di corrente, addirittura i fili. Chiude l’occhio strabico e prende la mira al volo con quello destro: infallibile.

Il borgo dove vive protegge i ladri per solidarietà proletaria e coltiva ideali socialisti e anarchici. Sante prende a frequentare un vecchio anarchico che sulle prime lo tratta in modo scorbutico, un tipo un po’ misantropo che chiamano Umèto e che se ne sta per conto suo in una decrepita bicocca. Sante ha sete di sapere, l’ideale è ancora vago e Umèto gli parla di Gaetano Bresci, il vendicatore venuto dagli Stati Uniti per giustiziare Umberto I, il re che aveva decorato il generale Bava Beccaris per la bella impresa di aprire il fuoco con i cannoni sui milanesi che chiedevano pane, un centinaio i morti e mezzo migliaio i feriti. E gli fa leggere pubblicazioni anarchiche, dove Sante nota spesso gli articoli di un certo Renzo Novatore, singolare figura di pensatore passato all’azione, poeta e prosatore di invettive individualiste intrise di futurismo, profondo conoscitore di Max Stirner, estimatore di Wilde e Baudelaire, Nietzsche e Schopenhauer. Non può immaginarlo, in quelle giornate trascorse a parlare di anarchia con Umèto, che di lì a pochi anni lui e Novatore avrebbero legato tragicamente i propri destini.

E poi, c’è Girardengo… che nel 1918 vince la Milano-Sanremo e l’anno successivo addirittura il Giro d’Italia, maglia rosa dalla prima all’ultima tappa. Intanto c’è stata la guerra, Sante Pollastro non si è presentato alla chiamata alle armi, “ragazzo del ’99”, convinto che quella macelleria tra poveracci fosse un crimine vile e non una parata di eroi, e comunque ormai aveva messo assieme una banda di ladri esperti scassinatori, continuava a distribuire refurtiva ai poveri del borgo facendosi benvolere da quelli e odiare dalle guardie del re.

Fatto curioso, anche Girardengo aveva rischiato una condanna per diserzione. Arruolato nei bersaglieri, quando si era visto negare una licenza per correre la gara del campionato italiano nell’Alessandrino se l’era svignata: al traguardo di Spinetta Marengo aveva battuto tutti in volata, poi, tornato in caserma a Verona, si era beccato quindici giorni di cella di rigore più un mese di carcere. Niente corte marziale, grazie a un medico fanatico di ciclismo che gli aveva diagnosticato una malattia inesistente per tenerlo al riparo da carcere e trincee.

Strani anni, quelli della guerra, quando Sante Pollastro doveva essere ricercato per diserzione eppure girava tranquillo per le osterie di Novi, dove Girardengo, giovanotto semplice e alla buona, andava a bere mezzo bicchiere con i compaesani. Fu così che un comune amico, Cavenna, li presentò. Sante ammirava Costante, e il campione sapeva che l’altro pedalava forte: lo invitò ad allenarsi nella sua squadra. Ma era troppo tardi. Non per l’età, ché Sante era più giovane di Costante, ma per le scelte irreversibili ormai fatte. E mentre Girardengo vinceva anche il Giro della Lombardia, Pollastro inscenava la passeggiata nudista a Reggio Emilia.

Il periodo di “osservazione” nel manicomio di Collegno non dura granché. Sante si è stufato di fare il pazzo, e i dottori non possono che certificarne “l’arguta intelligenza”. Risultato pratico: lo rimandano in caserma. E lui se ne va. Terza diserzione.

In quegli anni Sante si era innamorato. Stava con Maria, operaia alla filanda, e faceva progetti assurdi, come sposarsi e vivere in pace lontano da Novi, magari all’estero. Maria sapeva cosa combinava lui, e attendeva il suo ritorno struggendosi di ansia e paura. Quante promesse… e intanto l’amore si incrinava sotto il peso dell’angoscia, ogni volta che lui si guardava alle spalle con i muscoli tesi e la mano in tasca, o se ne andava nel buio della notte per poi ricomparire dal nulla e sempre di sorpresa.

Nel 1920 Sante inizia a mettere a segno colpi in Francia, con un gruppo di amici per la pelle. Uno di loro, che non è ricercato, compra i biglietti alla stazione di Ventimiglia per tutti gli altri, che poi saltano sul treno in corsa prima della galleria che porta alla frontiera. Così non devono esibire i documenti a Ventimiglia e se passa il controllore sono in regola con i biglietti per Nizza.

Compagno di furti e rapine è l’inseparabile Luigi Peotta, detto Singru, lo Zingaro. I due sono uniti da una complicità assoluta, basta un’occhiata per intendersi al volo. Poi, chissà come, Sante conosce Renzo Novatore. E tra loro scatta una scintilla di intesa totale. Novatore entra a far parte della banda di anarchici espropriatori, anzi, ne diventa in pratica l’“ideologo”, fornendo all’azione sostegno politico e poetico.

Si chiamava in realtà Abele Ricieri Ferrari, nato nel 1890 ad Arcola, in provincia di La Spezia. Figlio di contadini, era autodidatta, e del resto, per un precoce refrattario a qualsiasi disciplina, per lui la scuola era insopportabile. Anarchico individualista, scriveva su diverse testate del movimento, come “Il Libertario” e “L’Iconoclasta”, entrando spesso in violenta polemica con quanti propugnavano l’anarcosindacalismo e la lotta di massa. Si firmava con una serie di pseudonimi, Renzo Novatore era quello più usato e ormai tutti lo chiamavano così, solo negli schedari delle questure si ricordavano bene quale fosse il vero nome. Come poeta e intellettuale aveva sfiorato il futurismo, ma era fermamente avverso alla guerra: come disertore, venne condannato a morte. Non riuscirono a catturarlo per sbatterlo al muro, e con l’amnistia del dopoguerra smise di essere un ricercato.

Fervido antifascista, propugnava la lotta armata contro le camicie nere ma non si era unito agli Arditi del Popolo perché troppo individualista, e comunque odiava qualsiasi divisa, comprese quelle dei reduci in armi per difendere le camere del lavoro e le sedi dei giornali di sinistra. Aveva sempre con sé due pistole Mauser, e con quelle in pugno partecipò al Biennio Rosso a La Spezia, base militare strategica e sede di importanti industrie belliche: assaltò una caserma della marina militare, poi una polveriera, e si unì, per una volta, alle “guardie rosse” che presidiavano le fabbriche occupate. In quel periodo era sempre in coppia con un altro anarchico votato all’azione diretta, Dante Carnesecchi, suo compaesano, che lo stesso Novatore descrive in un articolo con questi termini elogiativi: “Alto, vigoroso, pallido e bruno, agile come un acrobata e dotato di una forza erculea, nelle conversazioni è un vulcano impetuoso, ironico, sprezzante”. In seguito all’assalto alla polveriera di La Spezia, Dante era stato arrestato, e dopo sei mesi di carcere avevano dovuto rilasciarlo per mancanza di prove. Ma per qualcuno le prove non erano necessarie… Nella caserma di Arcola si era formato un gruppo di carabinieri simpatizzanti del fascismo e decisi a eseguire condanne a morte mancate, e la sera del 27 marzo 1921 andarono in dieci ad aspettarlo sotto casa. Dante aveva in mano la chitarra, sua passione da sempre, e quando lo presero a nerbate tentò di difendersi con quella, che andò in pezzi. Lo colpirono con le baionette, e una volta a terra lo finirono a pistolettate. Per spregio, intonarono Bandiera rossa, sghignazzando. Secondo i pochi testimoni del linciaggio, i giovani carabinieri erano ubriachi.

Renzo Novatore giurò vendetta al suo funerale, a cui parteciparono migliaia di lavoratori e sindacalisti. Poi, teneva infuocati comizi agli operai, ma ne ricavava ogni volta lo scoramento di vederli troppo passivi e inerti: proponeva loro niente meno che abbordare le corazzate nel porto e usare i cannoni per colpire i fortini da cui i soldati sparavano sugli scioperanti. Persa ogni speranza nell’insurrezione di massa, si mise a praticare l’esproprio proletario anche per finanziare la sua nuova rivista anarchica, “Vertice”. E, una volta conosciuti Sante Pollastro e i suoi amici, divenne una presenza assidua nelle imprese del gruppo.

Cerco un’ora sola di furibonda anarchia e per quell’ora darei tutti i miei sogni, tutti i miei amori, tutta la mia vita.

Così aveva scritto qualche tempo addietro. La sua ora di furibonda anarchia stava per arrivare.

Achille Casalegno ha quarant’anni e un recente passato da maresciallo dei carabinieri. Ha lasciato la Benemerita per un lavoro ben più remunerativo e di un certo prestigio, almeno in un paese di provincia: portavalori di fiducia della Banca Agricola Italiana. Ogni mattina inforca la bicicletta con la borsa gonfia di contanti: quel venerdì 14 luglio 1922 trasporta circa trentasettemila lire. Pollastro, Peotta e Novatore lo raggiungono pedalando energicamente, un quarto uomo sbuca lateralmente e finisce addosso a Casalegno facendolo cadere. In pochi istanti gli sono addosso gli altri tre, che tentano di strappargli la borsa, l’ex carabiniere non molla la presa e con l’altra mano riesce a impugnare la pistola. Sante aveva sperato che, vedendosi solo contro quattro, non fosse così stupido da reagire. È un attimo: prima che possa sparare lui, spara uno di loro. Forse Novatore, forse Peotta, sicuramente non Pollastro. Una pallottola al cuore. Sembra che chi ha fatto fuoco non volesse ucciderlo, gli ha dato una botta con la canna della pistola sul polso e nella concitazione è partito il colpo. Importa poco, ormai, quale fosse l’intenzione di chi ha premuto il grilletto. Gli svaligiatori di treni e ville di genovesi in vacanza sono diventati assassini da catturare vivi o morti, priorità assoluta.

I ciclisti rapinatori si dileguano con la borsa dei contanti.

Un carabiniere resta tale per sempre, anche se cambia mestiere. E per i carabinieri l’uccisione di Casalegno urlava vendetta. La caccia viene affidata al maresciallo Lupano, un vero mastino, abile nelle indagini e nel seguire le tracce, esperto osservatore dei piccoli dettagli che possano rivelare i punti deboli di un latitante. E il punto debole di Sante Pollastro era l’amata sorella Carmelina.

Aveva lasciato trascorrere quattro mesi, e alla fine si era illuso di poterli gabbare. Ma la squadra di Lupano era sempre all’erta.

Carmelina ha sposato un amico di suo fratello, Emilio Comollo, ventunenne, altro patito della bicicletta. La sera del 25 novembre 1922 Sante cena con Carmelina ed Emilio, nella loro casa di periferia, e lì riabbraccia Maria, che non si è ancora rassegnata a perderlo, nonostante lui, dopo la sanguinosa rapina al portavalori, le abbia fatto recapitare una triste lettera in cui le diceva che farebbe meglio a dimenticarlo e a rifarsi una vita. Nella casa in campagna giungono gli echi da Novi in festa per la fiera di Santa Caterina. Anche Emilio ha qualche guaio con la giustizia, su di lui pende ancora un mandato di cattura per diserzione, ma stasera c’è una gran confusione in giro, le giostre, i mortaretti, sciami di gente che mangia alle bancarelle, e lui ha una gran voglia di rivedere i due figli piccoli che Carmelina sta tirando su quasi da sola, visto che Emilio va e viene. Sante, invece, non si era più visto da quel giorno nefasto della morte di Casalegno, e ha deciso di comparire proprio adesso.

Carmelina è preoccupata, vorrebbe convincere il fratello a espatriare, Maria è d’accordo e sarebbe disposta a raggiungerlo ovunque. Ottengono la promessa che presto se ne andrà in Francia. “E poi, qua il fascismo ha preso il potere, e tu per loro sei diventato il nemico pubblico numero uno, l’anarchico da ammazzare come un cane per strada.”

Pochi giorni prima, il 16 novembre, Mussolini aveva assunto i poteri di capo del governo tenendo il famoso discorso alla camera: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…”.

Sante prova a rassicurarle, ma Carmelina lo sa che suo fratello non ha alcuna intenzione di cambiare vita, e Maria si limita a guardarlo con gli occhi lucidi. Si sforzano, tutti e quattro, di dimenticare per almeno una sera la realtà che incombe là fuori.

E là fuori, nel buio, i carabinieri al comando del maresciallo Lupano accerchiano la casa. Lui stesso, con un brigadiere al fianco, bussa alla porta. Carmelina fa un cenno a Sante e a Emilio, che salgono al piano di sopra, poi va ad aprire.

“Chi c’è in casa?”

“Soltanto io, i miei figli e un’amica.”

“Si faccia da parte.”

Non c’era bisogno, allora, di mandati di perquisizione, specie con la sorella dell’uomo più ricercato della zona e, ben presto, dell’Italia intera. Sul tavolo, Lupano nota i piatti e i bicchieri: troppi per due donne e due bambini, uno dei quali ha pochi mesi e succhia ancora il latte materno. E poi, ha riconosciuto Maria.

“Vi frequentate spesso, voi due?”

Le donne si stringono nelle spalle e non rispondono. Lupano lancia loro un’occhiata beffarda e annuisce: è certo che Sante è lì dentro.

Il brigadiere ispeziona la cucina, guarda persino nella madia, pistola in pugno.

Sopra, Emilio e Sante hanno capito che non c’è scampo. L’unica possibilità è saltare dalla finestra e correre nei campi, nell’oscurità. Si buttano giù.

I militi appostati fuori aprono il fuoco. Emilio spara correndo avanti, Sante lo segue e si fa strada con due Browning, tirando verso i punti da cui provengono le vampate. Lupano e il brigadiere prendono la mira dalla soglia di casa e sgranano proiettili, caricatori interi. Nella pioggia di pallottole, è la sorte a decidere: a cadere è Emilio, centrato alla schiena.

Sante si ferma, spara con le due pistole e costringe per pochi istanti i carabinieri a mettersi al riparo o quantomeno a tirare alla cieca, sorregge Emilio e lo trascina verso un filare di olmi, ma non c’è niente da fare. Spira tra le sue braccia.

Prima di fuggire nei campi, Sante spara gli ultimi colpi e mormora: “Lupano, verrò a cercarti io la prossima volta”.

E invece sarà Lupano a cercare lui, e a trovarlo, “la prossima volta”. L’ultima.

L’odio di Sante Pollastro per i carabinieri sarebbe divenuto leggendario. Ma c’era chi sosteneva che non era nato la sera in cui avevano ucciso suo cognato sotto gli occhi della sorella, rimasta sola a tirare su due bambini piccoli. Correva una brutta voce, a Novi… E in molti la ritenevano veritiera. Avrebbe spiegato il motivo per cui Sante, oltre che benvoluto perché aiutava la povera gente – una sorta di Robin Hood che riprendeva il maltolto ai ricconi per sfamare i sottoproletari del borgo –, godeva anche di una popolare giustificazione. Chi credeva a quella voce diceva che il suo odio era comprensibile. Nelle osterie, a mezze frasi, raccontavano che Carmelina era stata stuprata da un vicebrigadiere. Quando, come, dove, chissà. Ma ben presto la diceria si era trasformata in convinzione. Forse era accaduto quando Sante lo cercavano per i furti, pluripregiudicato sì, ma non ancora assassino. E secondo tanti compaesani, durante una perquisizione, o magari una convocazione in caserma, Carmelina aveva subìto quella violenza inconfessabile. Se lo sapevano loro, doveva saperlo anche il fratello. E quindi, il primo uomo ucciso da Sante sarebbe stato quel vicebrigadiere, freddato in “circostanze mai chiarite” in qualche strada al buio, una notte, probabilmente nella nebbia d’autunno, una sorta di duello faccia a faccia. Sante non lo avrebbe mai ammesso. Però la diceria si tramandava e sarebbe durata fino ai giorni nostri. Certo, di leggende ne fiorivano tante, sul conto di Sante Pollastro…

L’incontro fatidico tra Pollastro e Lupano sarebbe avvenuto di lì a pochi giorni, il 28 novembre.

Il maresciallo Lupano deve aver ricevuto una dritta da qualche informatore: Osteria della Salute, a Teglia, alle porte di Genova. Dev’essere una spiata degna di fede, visto che Lupano ci va con due militi e tutti e tre si travestono da operai, con la tuta bisunta e le facce mal rasate. Tralasciano un solo particolare, e forse sarà proprio quello a scatenare l’inferno.

Sante si incontra all’Osteria della Salute con Renzo Novatore. Stanno pianificando un nuovo colpo, e intanto discutono di anarchia. Per Sante, Renzo è una sorta di erudito pensatore, suscita in lui un profondo rispetto, e poi ha una lunga esperienza in materia di rivolte e fughe da braccato, a trentadue anni è un veterano.

Entrano i tre finti operai. Si siedono a due tavoli diversi. E già questo risulta strano, a Sante che ha un istinto infallibile quanto la sua mira. Fa un cenno a Novatore, gli dice a bassa voce, sempre sorridendo come se nulla fosse, di non voltarsi, ma… E infine, le scarpe: com’è possibile che tre operai, che neanche mangiano insieme, abbiano tre paia di scarpe identiche, nere e lucide?

Anche Lupano ha un istinto da predatore incallito. Si è accorto che qualcosa non va. A sua volta, fa un cenno ai suoi.

“Renzo, ce la giochiamo?”

Novatore annuisce e posa la mano sulla Mauser. Sante impugna la Browning e la tiene sotto il tavolo. Un attimo, ed estraggono le pistole tutti insieme.

Spara Lupano, che centra al petto Novatore, questi spara contemporaneamente un paio di colpi e ferisce un altro carabiniere prima di crollare tra i tavoli, Sante colpisce al cuore Lupano che cade all’indietro. Il caos. Detonazioni assordanti, urla, gente che si butta a terra. Il carabiniere illeso si è nascosto dietro un tavolo rovesciato e getta la pistola: “Non ammazzarmi, sono disarmato!”.

Sante non pensa a lui, è chino su Renzo, che gli si aggrappa alla mano e lo fissa, ma ha già lo sguardo vitreo. Annuisce, come se volesse dirgli “continua tu, io sono fregato”. Un fiotto di sangue dalla bocca, e si irrigidisce. Sante spara un colpo alla vetrata, il foro la incrina, poi ci lancia contro una sedia e la sfonda. Fugge da lì, credendo che fuori dalla porta ci siano altri in agguato.

Ma Lupano non aveva previsto uno spiegamento di forze per circondare l’Osteria della Salute, innanzitutto perché non voleva mettere in allarme la preda, e poi era sicuro che sarebbero bastati lui e due militi a farla finita con quell’anarchico di Novi.

Renzo Novatore aveva con sé le due Mauser e due bombe a mano. Al dito portava un vistoso anello, ma non era un vezzo: c’era dentro una dose di cianuro. In caso di cattura, non si sarebbe mai lasciato umiliare dai fascisti. La stampa anarchica, messe da parte le divergenze ideologiche e pratiche sull’individualismo illegalista, lo ricordò con parole vibranti: “Il nostro Renzo Novatore, poeta, filosofo e uomo d’azione, è caduto sotto il fuoco nemico, che gli ha spaccato quel suo grande cuore”. E qualche anno più tardi, tirando le somme di quel periodo nefasto: “Se ci fossero stati alcuni Renzo Novatore disseminati in tutta Italia, il fascismo avrebbe avuto ben altro filo da torcere nell’affermarsi”.

Sante si inerpica sulle alture e scompare tra alberi e arbusti. Inutili le battute organizzate dalle camicie nere della zona, che danno manforte ai carabinieri.

Io non li odio. Io mi difendo. Ero un ladro, perché la fame non può essere una condanna che ti affibbiano appena nato. Ero un disertore, perché non si può essere complici dell’abominio. L’hanno chiamata Grande guerra… Grande massacro di poveracci: ho saputo da un compagno scampato chissà come al plotone di esecuzione, che nella sola zona del Carso che sta tra Savogna d’Isonzo e Rupa, i carabinieri del re hanno fucilato lì almeno tremila ragazzi. Tremila… Tutti disertori, certo. Disertori come me. Bella prodezza. E il fascismo è figlio di quella guerra, di quella abitudine alla carneficina, alla bassa macelleria. E ora, l’assassino sono io… E loro, cosa sono loro, che difendono il regime, la ricchezza oscena, l’ingiustizia, e sono pronti a spararti nella schiena in nome di una patria che gronda sangue?

In realtà Sante rimane due giorni nascosto sotto il fogliame a poche centinaia di metri dall’osteria, resistendo al freddo e dissetandosi di notte nel vicino fiume. Nessuno aveva immaginato che fosse ancora lì, e allontanandosi avrebbe rischiato grosso. Quando la situazione torna calma tenta di raggiungere l’abitazione di un compagno che tiene le armi del gruppo, nelle vicinanze di Bolzaneto, ma è troppo tardi: lo hanno arrestato. È in corso un vero e proprio rastrellamento, tutti gli anarchici che potrebbero essere complici della banda o offrire rifugio a Sante Pollastro vengono braccati. Da lì arriva fino ad Arcola, dove risiede la moglie di Novatore,Emma, rimasta con i due figli dopo la morte prematura del più piccolo: pessima idea, tutto il paese è presidiato. Sante riesce a non farsi notare e prosegue. Raggiunge chissà come Verona, dove sa di poter contare su un compagno fidato che gli fornisce un passaporto, e con quello espatria. Ma non in Francia, bensì in Germania.

Erano giorni di feroci rappresaglie. Le squadre fasciste decidevano di dare una lezione esemplare a Torino, città refrattaria al Duce, che tenne un discorso inequivocabile: “Gridatelo. Lo Stato fascista è deciso a difendersi a tutti i costi coll’energia più fredda e inesorabile. Sono il depositario della volontà della migliore gioventù italiana. Ho doveri terribili da compiere e li compirò”. E facendo affluire uomini da diverse città, al comando del console della milizia Pietro Brandimarte, il 18 e 19 dicembre 1922 scatenavano una sanguinosa caccia al “rosso”, uccidendo undici persone tra cui l’anarchico Pietro Ferrero, segretario della Federazione operai metallurgici.

Sante in Germania lascia trascorrere qualche mese per far perdere le tracce, poi rientra in Italia. Gli anarchici che frequenta – sporadicamente, per non metterli in pericolo – cercano di convincerlo a emigrare negli Stati Uniti o in Sud America: laggiù molti compagni di ideale hanno costituito circoli e organizzazioni sindacali, potrebbe cambiare identità e scomparire per sempre. Lui indugia, non se la sente di lasciare i compagni di disavventure che stanno pagando al posto suo: per l’uccisione di Casalegno sono stati arrestati, e condannati a trent’anni dal Tribunale di Alessandria, Pasquale Leggero e Attilio Carrega, suoi amici dai tempi degli assalti ai treni merci. A Pollastro hanno dato l’ergastolo, ma lui vorrebbe rilasciare una dichiarazione in contumacia per scagionare i due compagni, che a suo dire non c’entrano nulla con la rapina. Fa un tentativo con il loro avvocato, a Tortona, che lo disillude: al processo di appello i giudici non terrebbero in alcun conto una sua lettera, che avrebbe potuto scrivere chiunque. Allora comincia a rimuginare un piano assurdo: recarsi da un magistrato di una città qualsiasi e, armi in pugno, costringerlo a notificare sia la sua identità, sia la dichiarazione di innocenza per i condannati. Ma non ci riuscirà, perché il cerchio si stringe e in Italia non ci sono posti sicuri per lui. Va a Parigi, e lì entra in contatto con vari anarchici esuli. Con lui c’è l’inseparabile Luigi Peotta, lo Zingaro, e ben presto radunano un gruppo di scassinatori: a un certo punto hanno a disposizione una perforatrice di casseforti, messa a punto da Giacomo Massari detto Martin, con cui compiono numerosi colpi in Costa Azzurra.

Non è una banda di soli uomini. C’è anche Caterina.

Nata nel 1900 nel Canavese, Caterina Piolatto è cresciuta a Torino, dove il padre contadino si era trasferito per andare a fare l’usciere. A diciassette anni, dopo il diploma, si mette a lavorare e intanto frequenta assiduamente il circolo anarchico Francisco Ferrer. Cambia vari posti di lavoro, da cucitrice a impiegata di un notaio, e va a vivere da sola perché i suoi non condividono affatto i suoi ideali libertari e ribelli. Legge molto, soprattutto le opere complete di Pietro Gori, ma anche lei ritiene che si debba passare all’azione e, secondo il motto di Jules Bonnot, colpire la borghesia al cuore, cioè la cassaforte. Diventa la compagna di Gigi De Luisi, complice del gruppo di Pollastro – a suo tempo gli aveva fornito appoggi durante la fuga dopo la sparatoria a Teglia – ed evaso dal carcere in cui doveva scontare una condanna per porto d’armi. Un giorno i due si incontrano al Caffè Reale di Torino con un altro anarchico, Carlo Milesi. Una pattuglia della polizia entra e va diretta su di loro: De Luisi non ha neppure i documenti, tentano la fuga, la polizia spara e uccide Milesi. Gigi e Caterina riescono a dileguarsi, lei ripara a Parigi, poi torna a Genova nel 1923 e si ricongiunge a De Luisi. La latitanza di Gigi si conclude durante il fallito assalto a un furgone portavalori a Grugliasco, dove tutto va storto e lui viene catturato. A quel punto Caterina torna a Parigi e la simpatia tra lei e Luigi Peotta, conosciuto qualche tempo addietro, diventa un amore appassionato. Caterina è bruna, graziosa, spigliata, sa vestirsi in modo da apparire attraente: quando si reca in una gioielleria per i sopralluoghi, la sua bellezza mette a proprio agio anche il più sospettoso degli orafi parigini. E quando torna per far aprire la porta ai complici, viene sempre accolta da un grande sorriso…

A Parigi, Pollastro e i suoi mettono a segno alcune delle loro imprese più clamorose, a due grandi gioiellerie nella zona dell’Opéra. Arrivo e fuga, sempre in bicicletta.

Non si danno certo alla bella vita, con il ricavato. Mandano denaro ai parenti di compagni in carcere, finanziano pubblicazioni anarchiche, provvedono a far campare molti esuli poveri in canna. Ogni tanto, Sante si concede qualche pedalata di lungo raggio. Il sogno del ciclismo agonistico è finito da un pezzo, ma la passione non muore. Al punto che, il 24 settembre 1925, quando Girardengo è al velodromo di Parigi per la Sei Giorni, si presenta elegante e disinvolto. Il campione è imbarazzato, confuso, teme di vedere rovinata la sua reputazione se qualche fotografo dovesse ritrarli insieme. L’allenatore, Cavanna, che conosce Sante e lo stima ancora, non rifiuta di incontrarsi a pranzo in un ristorante italiano, e convince Girardengo a non farsi tanti scrupoli. Peotta è ovviamente con loro. Sante non ha osato tanto solo per esprimere ammirazione al campione: a spingerlo è la solita ossessione, far sapere ai magistrati che hanno condannato due innocenti. E ottiene da Girardengo e Cavanna la promessa che testimonieranno raccontando la sua versione. I due, rientrati in Italia, si recano da un notaio di Novi per rilasciare una dichiarazione da far pervenire al Tribunale. Non servirà a niente: la richiesta di revisione del processo viene respinta, e se Girardengo non passa un guaio è solo perché non osano mettersi contro la sua enorme popolarità.

Un anno dopo Sante rientra clandestinamente in Italia. Non è la prima volta, perché, rocambolescamente, è riuscito in varie occasioni a rivedere Maria ricorrendo a travestimenti e stratagemmi. Ora ha saputo che sua madre è ricoverata in ospedale. Quella notte, avvicina il primario che sta uscendo dal Caffè Reale e si presenta. Il medico non fa una piega e lo accompagna al capezzale della madre. È l’ennesima riprova che a Novi Ligure Sante gode di una tacita complicità da parte di tutti o quasi. Basta un dato di fatto: nella miriade di segnalazioni che arrivano dalle più svariate città d’Italia, denunciandone la presenza spesso contemporaneamente in due posti lontani tra loro, nessuna è mai pervenuta da Novi. Eppure, a Novi Sante è tornato molte volte.

La madre ha solo la forza di accarezzargli il viso, senza una parola. Sante piange, tenendole stretta la mano tra le sue.

Prima di dileguarsi nella notte, porge al primario un anello: con quel regalo vorrebbe dimostrargli quanto gli è grato. “Lo tenga lei,” dice il medico, “temo che le tornerà utile nella vita che sta conducendo.”

Peotta e Massari lo raggiungono in Italia e compiono una lunga serie di rapine, tra le quali la più eclatante è quella alla Cassa di Risparmio di Parma. In questo periodo fanno base perlopiù a Milano, mentre Caterina e Peotta risiedono a Rho, nella casa di un teatrante che simpatizza per gli anarchici, Michele De Rosa. Nel giugno del 1926 c’è un’altra sparatoria, due carabinieri restano uccisi. Avevano fermato quattro individui sospetti sulla strada provinciale tra Alessandria e Pavia. Tra loro c’è Sante Pollastro. Erano lì per incontrarsi in un’osteria con un basista che avrebbe fornito loro le informazioni per arrivare alla cassaforte di una banca. Pollastro si è accorto dell’arrivo dei due carabinieri, ha finto di fermarsi a orinare dietro un albero e, mentre quelli fermavano gli altri tre, lui è sbucato fuori con la Browning puntata. Come ha fatto e farà in altre situazioni simili, tenta di evitare spargimenti di sangue: “Tenete le mani in alto, vi lasceremo legati in un fosso, siete giovani, vi va forse di crepare inutilmente?”. Purtroppo uno dei due ha già estratto la pistola e spara, ma Sante è più preciso. A quel punto colpisce anche il secondo, che a sua volta ha tentato di reagire.

Il suo odio per i carabinieri e i miliziani fascisti non c’entra, nelle rapine è sempre riuscito a evitare sparatorie, ed è proprio lui a raccomandarsi con gli altri: “Se ci sono morti di mezzo, la polizia moltiplica gli sforzi con gli informatori e tutto diventa più difficile”. Stavolta non è stato possibile.

Mussolini è infuriato. Mette una taglia di diecimila lire su Pollastro e i suoi complici, facendo diramare l’annuncio con ogni mezzo. E a quanto pare, l’ambiguo De Rosa va a denunciarli direttamente alla sede del Fascio di Milano, sperando di intascare le diecimila lire. Avvisato il prefetto, parte la caccia. L’unica preda è Caterina, che viene arrestata nei pressi della casa di Rho. È sola, e non dice alla polizia neppure una parola. Aveva appuntamento con Peotta di lì a poco, e il suo arresto lo mette in all’erta. Peotta e Pollastro contattano De Rosa dandogli appuntamento in centro a Milano, vorrebbero chiarire come la polizia sia arrivata lì, ancora non sospettano di lui. E quello avverte i carabinieri. La trappola è pronta, ma fa cilecca. Nella piazza dell’appuntamento, Sante e Luigi afferrano De Rosa e lo ficcano dentro un taxi prima che i militi possano intervenire. Il fiuto di Pollastro aveva avvertito degli strani movimenti, ma hanno rischiato grosso, se la sono cavata per miracolo. Rifiutando l’idea che sia stato De Rosa a tradirli, si accordano per andare a prendere gli arnesi da scasso rimasti nel suo garage. Altro agguato. Sette carabinieri si appostano dietro la saracinesca abbassata solo a metà. Sante, con Massari e Peotta, arriva lì e capisce che qualcosa non va. Massari si avvicina guardingo al garage, nota delle ombre che si muovono. Scoppia la sparatoria, ed è il caos. Ma la confusione è tutta dalla parte dei carabinieri, perché i tre fuggono tranquillamente. Peccato per gli arnesi da scasso. Più tardi, Pollastro commenterà quella tragicomica situazione: “Abbiamo sparato a terra e in aria per tenerli a bada. Se avessimo voluto ucciderli, li avremmo fatti fuori tutti”.

Il 10 ottobre 1926 si tengono i funerali della madre. Un frate assiste poco distante alla cerimonia. I carabinieri sono appostati ovunque, ma nessuno pensa di controllare quel frate con il volto seminascosto dal cappuccio del saio. È Sante Pollastro. Qualcuno tra i pochi che seguono il feretro lo riconosce, ma tace.

Poco tempo dopo, il 17 novembre, la polizia individua un’osteria sui Navigli dove sono soliti andare i tre principali ricercati dell’epoca. L’oste è loro complice. Anche questa volta sono soltanto in tre, un maresciallo e due brigadieri che si illudono di poter tendere l’agguato decisivo. E si presentano con indosso la tuta da operai.

Quando entrano Sante e Peotta, la moglie dell’oste li saluta con un “Bonsoir”. È il segnale convenuto in caso di “problemi”. I due portano le mani alle pistole, un poliziotto salta addosso a Peotta che però si divincola e lo scaraventa nella botola aperta della cantina. Sante fa fuoco all’istante: centra l’altro brigadiere alla testa e il maresciallo alla gola. Fuggono prima che il terzo riesca a riemergere dal sottosuolo. Ammesso che avesse fretta di farlo.

Le poche settimane che mancano alla fine del 1926 saranno un sanguinoso crescendo di conflitti a fuoco, nel tentativo sempre più disperato di rompere l’accerchiamento.

Pollastro, Peotta e Massari riescono a uscire da Milano su una barca percorrendo i Navigli, raggiungono il territorio piemontese e tentano di scendere verso la Liguria, eludendo innumerevoli posti di blocco: la mobilitazione per intercettarli è imponente, almeno un migliaio di uomini tra carabinieri, poliziotti, guardie regie e di finanza, milizie fasciste, battono la zona palmo a palmo. Sulle montagne vengono impiegate persino pattuglie di alpini con l’ordine di sparare a vista. L’obiettivo dei fuggiaschi è Ventimiglia, e quindi la frontiera francese. Arrivati nei pressi della città di confine, si uniscono a loro due compagni del gruppo, Ferrari e Vitali, che non sono riusciti a passare. In cinque diventa più difficile sgusciare tra le maglie della rete, e finiscono per essere avvistati sulle alture. Dopo una furiosa sparatoria, i due si separano dagli altri e vengono catturati quando finiscono le munizioni.

Il 5 dicembre un giovane fascista della milizia, Giovan Battista Gavarrino, che fa l’addetto al consolato italiano a Nizza, si trova a Ventimiglia e mentre esce dal bar della stazione nota tre uomini che gli sembrano sospetti. Intima l’alt e viene centrato da quattro pallottole. Mentre sono in corso i solenni funerali, i tre ingaggiano un conflitto a fuoco con due carabinieri lungo il fiume Nervia: partecipavano alle battute nell’entroterra, rimangono uccisi entrambi.

La furia degli elementi sembra scatenarsi per rendere più difficoltose le ricerche: temporali, tuoni e fulmini, inondazioni, addirittura una nevicata, fatto raro per la Liguria. I tre sono esausti, sporchi e laceri, coperti di graffi per le fughe in quel territorio impervio. L’8 dicembre, giorno di festa, Pollastro viene avvistato tra i canneti nei pressi di Bordighera, provano a inseguirlo ma riesce poche ore dopo a ricomparire sulle colline di Ventimiglia. Poi, la sera, sale su un treno diretto a Genova, da cui scende poco dopo per nascondersi tra i respingenti di quello che va in direzione opposta, verso la Francia. Supera una pattuglia di carabinieri che non si accorgono di lui. Più avanti, invece, un carabiniere isolato lo scorge e imbraccia il moschetto. Ma Sante è più svelto: lo uccide all’istante. Per coprirsi la fuga lancia anche una bomba a mano, che però non esplode: è comunque sufficiente a convincere gli altri due a gettarsi a terra e ad aspettare che si allontani.

I tre tornano sulle alture, adesso cercano di arrivare al fiume Roia per risalirne il corso di circa un chilometro e arrivare sotto il ponte della ferrovia, e quindi alla galleria che porta in Francia.

Eravamo come lepri in una riserva di caccia, con tanti cacciatori a spararci addosso. Eppure, riuscimmo a rompere l’accerchiamento…

A quel punto, Martin Massari decide di tentare un’altra via: conosce bene le montagne della zona e ritiene di poter varcare il confine da quella parte. Sante e Luigi restano lì: preferiscono provare con la linea ferrata, non se la sentono di avventurarsi sui monti con quel tempo infame. Massari li abbraccia: “Ci rivediamo a Parigi, compagni”. I due annuiscono, sforzandosi di salutarlo con un sorriso, ma è dura, i muscoli della faccia sono contratti per il freddo e la tensione.

Aspettano che cali il buio, nascosti tra i cespugli.

“Sai una cosa, Sante? Quando l’hanno arrestata, credevo di impazzire. Ma se Caterina fosse qui con noi, non potrei sopportare l’idea che l’ammazzino. Forse… è andata meglio così.”

“Chissà. Meglio ancora, sarebbe stato convincerla a rimanere a Parigi.”

Peotta sospira. Scuote la testa.

“Sì, è tutta colpa mia. Non vivevo senza di lei accanto, e adesso è in una lurida cella. Ma almeno è viva.”

Sante appoggia la mano sul braccio di Luigi.

“Di che colpa parli? Caterina non è solo la tua compagna, ha deciso lei di venire qui ed era una militante anarchica molto prima che tu la conoscessi.”

Luigi annuisce. La pioggia battente li infradicia, i due non riescono più a controllare i brividi che li fanno sussultare.

“Ti scrivi ancora con Maria?”

Sante fa segno di no, si stringe nelle spalle.

“Nell’ultima lettera le ho detto chiaro che non abbiamo speranze. Ed è passato del tempo… be’, neanche tanto, ma sembra un’altra epoca.”

Poi comincia a controllare i caricatori di riserva, e l’unica bomba a mano rimasta. La soppesa e impreca tra i denti:

“Robaccia italiana della guerra, Sipe, una merda, l’altra non è esplosa”.

La rimette in tasca. Nel fragore dei piovaschi, ogni tanto si sente il fischio di un treno in lontananza che echeggia sulle alture. Luigi si scuote:

“Ormai è buio. Allora, che si fa?”.

“Solita storia: all’imbocco della galleria il convoglio rallenta, e noi saltiamo su.”

Si rimettono in marcia.

Peotta riesce ad afferrare una maniglia e si arrampica sul predellino. Pollastro manca la presa, scivola sul bagnato, riprende a correre ma la stanchezza rende le gambe pesanti, è indolenzito in tutto il corpo e ansima. Luigi si volta a guardarlo, gli tende la mano ma Sante incespica e perde metri preziosi: quando sta per buttarsi giù – non ha alcuna intenzione di lasciarlo lì – vede l’amico infilarsi di scatto tra i respingenti. Ce l’ha fatta.

I gendarmi francesi sono schierati nella stazione di Mentone. Perquisiscono accuratamente ogni vagone, con le armi spianate. Ma dei due, nessuna traccia. Sono scesi appena fuori dalla galleria. La strada per Parigi è lunga, e loro per il momento si dirigono a Marsiglia, dove hanno molti compagni fidati.

Intanto, Martin Massari è riuscito a entrare in territorio francese dalle montagne, ma non credeva che anche dall’altra parte ci fosse un simile spiegamento di forze. Si imbatte in una pattuglia, spara inutilmente, i fucili degli inseguitori sono più precisi e hanno una gittata ben maggiore: una pallottola gli attraversa una gamba. Tamponandosi la ferita come può, raggiunge la ferrovia e si arrampica disperatamente sul treno Marsiglia-Parigi. Un controllore lo nota: perde sangue, e ha una sola scarpa. Martin apre lo sportello e va a nascondersi tra i respingenti, ma alla stazione successiva viene avvistato dai gendarmi proprio quando credeva di essere in salvo, con il treno che riparte. Poco più avanti, a Nuits-sous-Ravières, si butta giù e rotola a terra. Nonostante il dolore lancinante, si incammina verso la periferia. Si ferma nei pressi del cimitero, a riprendere fiato. Non ce la fa più. I cacciatori raggiungono la preda. Spara qualche colpo, e tiene il conto. Quando sa che nel caricatore è rimasta una sola pallottola, si infila la canna della pistola in bocca e tira il grilletto.

Mussolini legge i dispacci che giungono da Ventimiglia e cammina avanti e indietro, impreca e gesticola. È inaudito: non può neppure concepire che una mobilitazione mai vista prima ottenga soltanto fallimenti. Affida allora pieni poteri al vicequestore Rizzo – ex agente dei servizi segreti nella Grande guerra, che già in passato aveva seguito le tracce di Sante Pollastro e dei suoi – perché organizzi una squadra speciale di investigatori andando a operare in Francia con il consenso delle autorità d’Oltralpe.

Poi, un ufficiale dei carabinieri gli porta finalmente una buona notizia: c’è un cadavere, in territorio francese, e si tratta sicuramente di uno della banda.

“Potrebbe essere il capo? Quel maledetto anarchico che fa il tiro al bersaglio sui nostri uomini?”

“Secondo la gendarmeria, sì.”

Il Duce tira un sospiro di sollievo. Ordina che si proceda immediatamente all’identificazione.

Il corpo malridotto di Massari viene da molti indicato come quello di Sante Pollastro. In fondo, conviene a tutti. I carabinieri hanno la foto del volto devastato dall’ultima pallottola e propendono per tale ipotesi: se non fosse lui, allora può servire a illuderlo di essere al sicuro e loro possono sperare che commetta qualche leggerezza. Ai fascisti conviene ancora di più: occorre placare l’opinione pubblica fin lì sobillata con la caccia al nemico pubblico numero uno, dimostrando che fine fa chiunque osi sfidare il regime. E conviene anche ai suoi amici, e a lui stesso, riprendere fiato facendo credere che sia morto. Viene convocata la sorella Carmelina, che due carabinieri di Novi accompagnano in Francia per il riconoscimento. Carmelina dice: “Sì, è lui”. Non deve sforzarsi di piangere: davanti al povero Martin, conciato come una preda assalita da una muta di segugi, il volto che è tutto un grumo di sangue e il cranio scoperchiato… le lacrime scendono facilmente. Anche i due militi, che avevano conosciuto “il ciclista con la pistola” ai tempi dei furti a Novi Ligure, non hanno dubbi: confermano che quello è Santo Decimo Pollastri, altrimenti detto Sante Pollastro. I giornali italiani annunciano con toni trionfanti la vittoria della legge sul terrorismo anarchico.

Soltanto un uomo non sembra convinto: il vicequestore Rizzo si reca anche lui all’obitorio di Nuits-sous-Ravières e analizza i referti, intuendo che le fattezze del cadavere corrispondono di più al ricercato Giacomo Massari detto Martin, compresa una ciocca di capelli che, una volta lavata da fango e sangue, risulta essere di un colore rossiccio, tendente al biondo, niente a che fare con i capelli neri di Pollastro. La caccia riprende.

Rimessisi in sesto, Sante e Luigi rimangono qualche tempo a Marsiglia. Hanno una missione particolare da compiere. Un piano azzardato che però potrebbe riuscire, se a metterlo in atto fosse un gruppo di arditi e determinati uomini avvezzi all’azione. Si tratta di far fuori Benito Mussolini. Sante e Luigi partecipano a una riunione clandestina all’Hôtel du Port, pare che il principale organizzatore dell’impresa – uno degli innumerevoli progetti di attentato al Duce – sia l’anarchico siciliano Paolo Schicchi, che dalla Francia invia a tutti i compagni conosciuti una sorta di programma di lotta antifascista dal titolo alquanto esplicativo: Ammazzateli come cani idrofobi. Ma Schicchi è un organizzatore talmente assiduo di incontri fra anarchici in esilio che il consolato italiano a Marsiglia lo ha più volte segnalato, e la gendarmeria non rimane a guardare. Non è chiaro se Schicchi si sia dovuto tirare in disparte perché troppo conosciuto, o se Pollastro e Peotta, dopo tanto parlare, abbiano deciso di lasciar perdere: di fatto, quell’attentato a Mussolini sfuma.

Sante e Luigi decidono di separarsi per un certo periodo: il primo va a Parigi, il secondo in Belgio. Sante riprende il mestiere di sempre: svaligiare casseforti. Si reca anche a Liegi, quando l’amico gli propone un colpo. Tutto fila liscio, all’apparenza. Sante non può non sapere che le polizie di Italia e Francia non mollano, che lui è in cima alla lista dei ricercati e che per Mussolini, dopo la cocente delusione provata quando Rizzo gli ha comunicato che il cadavere non era di Pollastro, rappresenta ormai un’ossessione. Eppure, Sante non si ritira, non rivanga la vecchia idea di sparire nelle Americhe: continua imperterrito a rapinare banche e a finanziare gli anarchici. Ormai, la sua è una lotta donchisciottesca. Certo, si calcola che tra membri attivi della banda, complici occasionali e compagni che offrono appoggi possa fare affidamento su un giro di qualche centinaio di persone. Ma quanto può durare?

Il vicequestore Rizzo è un quarantenne calvo, muscoloso, che ama i travestimenti e viaggia con una serie di parrucche, barbe e baffi finti nella valigia. Si considera un cacciatore di anarchici. Già nel 1921 aveva condotto le indagini sull’attentato al Teatro Diana, dove la bomba era destinata al questore di Milano, come protesta sanguinosa per la detenzione dei redattori del quotidiano “Umanità Nova”: era stata l’occasione per fare piazza pulita di tanti sovversivi, e Rizzo aveva operato con feroce determinazione. Ora, a Parigi, può contare sulla totale disponibilità della polizia francese: il Duce è stato abile nell’ottenerla, insieme a una notevole libertà d’azione per la squadra speciale di Rizzo. Da parte loro, le autorità parigine gli affiancano uno dei migliori, il commissario Marcel Guillaume, che poco tempo dopo, nel 1928, riceverà la visita di un giovane scrittore, Georges Simenon: non solo il personaggio del commissario Maigret si ispirerà a lui, ma Guillaume discuterà diversi dettagli delle storie di Simenon dando consigli e pareri.

Insomma, a quanto pare sulle tracce di Pollastro ci sono i due migliori investigatori di Francia e Italia. Il cerchio si stringe. Una miriade di informatori e vere e proprie spie infiltrate nel movimento anarchico forniscono continuamente dati – spesso inattendibili, a volte attendibili – che portano i cacciatori sulla pista giusta. La pista. Il velodromo. Perché Sante Pollastro ha sempre la stessa passione – le gare ciclistiche –, ora divenuta il suo punto debole. Rizzo e Guillaume prendono a frequentare il giro dei ciclisti francesi e italiani a Parigi, dove raccolgono voci sempre più consistenti su un individuo elegante e raffinato che segue spesso le corse. Porta occhiali da vista, perché… pare abbia un occhio leggermente strabico.

Lo agganciano in un ristorante frequentato da immigrati italiani. Sante ha la camicia inamidata, papillon, completo scuro e gilet. A giudicare da come lo salutano i camerieri e vari clienti, è una persona conosciuta e stimata. Rizzo, che osserva le sue foto segnaletiche prima di coricarsi e appena si sveglia al mattino presto, non ha dubbi. L’arresto dev’essere fatto dai francesi, anche se permettono agli italiani di collaborare direttamente. Lo seguono. Sperano di catturare altri della banda, ma restano delusi. Sante ha un atteggiamento guardingo, si ferma spesso a dare un’occhiata intorno e alle spalle, a un certo punto i segugi che Rizzo gli ha messo alle calcagna temono di essere stati scoperti. Ma ormai Sante è spacciato. Gli balzano addosso il 10 agosto 1927 all’imbocco del métro di Place des Nations. Sono almeno in quattro, Sante lotta furiosamente ma non riesce a estrarre la pistola con il colpo sempre in canna. Lo trascinano dentro un’auto della Sûreté. Rizzo è lì: “Allora, sei risuscitato?”.

In gendarmeria, a ben poco vale il passaporto intestato a Giordano Bruno Radetich, di Trieste. Rizzo gli mostra le foto che ha con sé. Sante non apre più bocca. I gendarmi lo pestano a sangue, e lui al massimo ammette di essere se stesso. Purtroppo, però, ha in tasca una lettera che avrebbe dovuto spedire quel giorno, l’indirizzo è di Liegi. Così, catturano anche Luigi Peotta. Sante non se lo perdonerà mai.

Il processo alla Corte di Assise della Senna si celebra in dicembre. Sante è accusato di varie rapine a gioiellerie, mentre gli omicidi, tutti in territorio italiano – anche se è sospettato di aver ucciso alcuni gendarmi pure in Francia –, sarebbero sette o forse otto. Alla fine, tra “guardie” e miliziani fascisti caduti sotto i suoi colpi, c’è chi si spinge a contarne almeno quindici, e la leggenda popolare li porterà addirittura a trenta. L’aula è affollata di pubblico, non mancano alcuni gerarchi venuti dall’Italia per vedere da vicino la belva sanguinaria che tanto inchiostro ha fatto sprecare ai gazzettieri del Duce. La sorpresa sembra unanime, e la si può leggere sulle cronache francesi: si aspettavano un individuo truculento e dallo sguardo bieco, si ritrovano davanti un giovane elegante, fin troppo preoccupato del proprio aspetto, dai modi garbati, che si esprime con proprietà di linguaggio, e mai una punta di arroganza, ma di fierezza sì, e anche di determinazione, però… “Sorride, e lo fa con dolcezza,” riportano i cronisti, che notano persino le mani affusolate, le unghie curate, i capelli pettinati all’indietro. Qualche inviato lo descrive “bello e affabile come un grande attore del cinematografo”. Il pubblico ministero si indispone, non tollera quell’atteggiamento che sfiora l’allegria, l’imputato non segue granché il dibattimento ma cerca volti amici tra i presenti e li saluta con un cenno e un sorriso. L’avvocato difensore, caso forse unico nella storia della giustizia francese, alla fine chiede pene più gravi di quelle pretese dall’accusa. Dirà che sperava così di evitare l’estradizione, perché in Italia rischiava la condanna a morte. La sentenza, per le sole rapine senza spargimento di sangue: quindici anni di lavori forzati alla Guyana. Chissà se l’avvocato gli avrebbe salvato la vita, augurandosi di farlo spedire nell’inferno della Cayenna. Di fatto Sante Pollastro non li sconterà, i lavori forzati. L’8 agosto 1929 viene estradato in Italia. Lo portano a Mentone in gran segreto, la consegna agli agenti italiani avviene come se si trattasse di un atto illegale, furtivo. Già a Bardonecchia cominciano a pestarlo, poi dovrà subire torture vere e proprie. La vendetta era attesa da tempo, non perdono l’occasione di sfogarsi sull’anarchico in catene, sul bandito che ha perso la bicicletta.

La popolarità di Sante Pollastro ostacola le intenzioni del regime, che avrebbe voluto farlo sparire senza clamori. Per qualche tempo la notizia viene taciuta, ma alla fine si diffonde e occorre dare un minimo di spiegazioni su quell’estradizione anomala: dalla Francia fanno sapere che è “temporanea”, giusto per farlo processare per i crimini più gravi, poi, chissà quando, il detenuto dovrà essere “restituito”. Questa farsa ottiene se non altro il risultato che la giustizia italiana non può condannarlo a morte, visto che è una sorta di “prestito a scadenza da stabilire” graziosamente offerto dai francesi.

Il processo durerà dal 7 ottobre al 20 novembre, a Milano. Quando i detenuti vengono prelevati a San Vittore, lo spiegamento di forze dell’ordine è degno di un’insurrezione da soffocare: centinaia tra carabinieri, poliziotti, guardie regie, più i numerosi giovani fascisti della milizia che non mancano mai e fremono per menare le mani. In effetti si raduna sempre una gran folla, anzi, per dirla con un termine caro al Duce, “una folla oceanica”, ma molti sono curiosi, attratti dalla notorietà dell’imputato principale, e i compagni di ideali, che pure ci sono, non hanno certo intenzione di affrontare la selva di moschetti spianati.

I capi di imputazione sono impressionanti: ben trecentoquattordici, tra cui svariati omicidi. Cambia poco, perché Sante ha già da scontare un ergastolo comminato in contumacia, a parte trent’anni per vari reati precedenti. In aula può rivedere Luigi, vorrebbe farsi perdonare la leggerezza di quella lettera in tasca che lo ha fatto finire lì, ma non c’è bisogno di dire nulla: l’amico per la pelle non gliene fa una colpa, è stata la scalogna, il destino cinico e baro, a farlo catturare proprio un attimo prima che potesse infilare quella busta in una qualsiasi cassetta della posta. Del resto, Luigi ha occhi solo per Caterina, che è ovviamente tra gli imputati, e gli rivolge sorrisi malinconici come per confermargli il suo amore presente e futuro.

I giornali descrivono Sante indifferente al dibattimento, spesso sorridente, e soprattutto determinato a non riconoscere quella giustizia del regime fascista, ben lontano da qualsiasi parvenza di “ravvedimento”. I suoi interventi sporadici hanno un solo scopo: scagionare i coimputati, assumendosi tutte le responsabilità. Per tentare di rendere credibili le deposizioni, fa due nomi di compagni ormai morti, e quando gli chiedono se lo Zingaro è Peotta nega e sostiene che si tratta di un altro, tuttora latitante e di cui non conosce il vero nome. Si toglie soltanto la soddisfazione di una singolare “chiamata di correo”, confermando che “l’attorucolo De Rosa è complice”, giusto per far condannare un traditore. Del resto, è tutto inutile, e lui lo sa. Ma non perde occasione di accusare chi lo accusa, scatenando più volte tumulti tra gli anti-fascisti presenti nell’affollatissimo settore del pubblico. Finché si arriva alla sospensione del processo e al fatidico “sgombrate l’aula”. Inutili, invece, le richieste dei difensori di ulteriori sospensioni per l’astenia dei loro assistiti: non mangiano da giorni, la fame li rende spossati e assenti. Non Sante Pollastro, che ha lo stomaco vuoto quanto gli altri, eppure mantiene un “atteggiamento signorile”, a detta dei cronisti – con l’aggiunta di aggettivi quali “freddo”, “cinico”, “ironico” –, ma anche sferzante quando si tratta di ribattere ai giudici. E con loro sorpresa, Sante spende parole di rispetto per chi lo ha catturato, il vicequestore Rizzo, che ringrazia per averlo sottratto alle torture dei gendarmi francesi.

In aula c’è persino Roberto Farinacci, il famigerato ras di Cremona, che oltre a essere un gerarca del fascismo della prima ora è anche un avvocato ambizioso: qui difende un oscuro cassiere accusato di aver fatto da basista per un colpo al caveau di una banca, peraltro mai avvenuto, solo che quell’impresa mancata aveva portato all’uccisione di due carabinieri in uno dei tanti scontri a fuoco per la strada.

Altro particolare curioso è il tono indispettito del pubblico ministero quando interroga Caterina: non sopporta che i giornalisti subiscano il suo fascino descrivendola con parole troppo indulgenti, e a un certo punto sbotta: “È ora di smetterla di dipingere questa gentaglia come candide pecorelle!”. Lei ribatte: “Magari ce ne fossero come me, ci sarebbero più donne vere e meno schiave”. Fatto inedito per un processo: il “difensore” Farinacci perde le staffe e inveisce contro Caterina, che in fin dei conti è una coimputata del suo assistito, urlando: “Basta con l’apologia di questa anarchica!”. Strano, per un avvocato della difesa. Ma l’animo del fascista prevale sempre, anche sulle ambizioni del leguleio.

Alla fine, Caterina sarà l’unica a subire una condanna lieve: tre anni e quattro mesi per favoreggiamento. Gli ergastoli sono tutti per Pollastro e Peotta, resi più duri dai cinque anni di isolamento. Per entrambi inizia l’annichilimento nella solitudine di una cella senza poter comunicare con nessuno, senza neppure una finestrella, al buio, nel silenzio assoluto rotto soltanto dal fragore delle sbarre di ferro che i secondini battono periodicamente sulle cancellate per verificarne l’integrità, una consuetudine da regolamento carcerario. Ma per Luigi Peotta la leggenda continua…

Viene tradotto nel carcere di Portolongone, l’attuale Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba. Caterina gli scrive lettere su lettere, vanamente: il regime di segregazione impedisce di riceverne e spedirne. Lei se le vede rimandare indietro una dopo l’altra, e in capo a qualche anno si arrenderà all’evidenza.

Durante la Seconda guerra mondiale Peotta è internato nel campo di prigionia di Fossoli, gestito dalle truppe di occupazione tedesche, dove subisce un bombardamento degli Alleati: pare che fosse rimasto gravemente ferito a una gamba, maciullata da un’esplosione, ma neppure questa notizia è certa. Da qui in avanti, sul suo destino ci sono due versioni opposte. Quella “ufficiale” lo vede preso in consegna dai tedeschi, che, essendo Peotta schedato come anarchico, decidono che il sovversivo deve morire in un campo di sterminio. Trasferito a Mauthausen, sarebbe deceduto il 2 maggio 1945, appena tre giorni prima che i soldati della Terza armata statunitense arrivassero a liberare i superstiti. Un’altra versione, sostenuta da molti anarchici, lo vuole trasferito nel 1943 nel carcere di Verona, da cui sarebbe evaso. Catturato dai tedeschi, riesce nuovamente a fuggire e si stabilisce sotto falso nome a Sesto San Giovanni, dove avrebbe lavorato per una nota casa editrice. Dunque, sarebbe morto nel 1965.

Il 25 novembre 1929 Sante Pollastro viene rinchiuso nel penitenziario di Santo Stefano, una piccola isola dell’arcipelago delle Pontine adibita a carcere per ergastolani: poco più che un’eruzione vulcanica di forma circolare, mezzo chilometro di diametro, scogliere a picco sul Tirreno, dove i borbonici avevano fatto costruire l’edificio di novantanove celle disposte a raggiera, secondo la struttura panottica che prevedeva di far sorvegliare costantemente tutti i prigionieri anche da una sola guardia piazzata al centro: panopticon, “che permette di vedere tutto”, era una “filosofia coercitiva” risalente al finire del Settecento e volta a spezzare la volontà dei detenuti. Secondo questa teoria, i prigionieri, coscienti di essere perennemente osservati, svilupperebbero l’autodisciplina e quindi, con il tempo – tanto tempo –, raggiungerebbero il “retto comportamento” senza bisogno di continue punizioni. “Un nuovo modo di ottenere potere mentale sulla mente” lo aveva definito il progettista.

Per Sante sarebbero seguiti anni, decenni, di giorni identici l’uno all’altro, di tempo che non trascorre, dilatato ed eterno, senza un solo minuto, in quelle centinaia di migliaia di ore, che potesse vivere solo con se stesso, ma sempre sotto lo sguardo di un secondino. Per di più, Sante doveva scontare cinque anni di “segregazione cellulare”, l’isolamento assoluto, nei cubicoli sotterranei provvisti di letto di contenzione: una fetida branda di ferro con le cinghie e un buco al centro affinché orina e feci cadessero direttamente sul pavimento. Prima di lui, il celebre brigante Musolino aveva perso il senno dopo due anni di quella non vita, eppure era descritto come un uomo dal forte carattere e dalla volontà di ferro. All’ingresso del carcere campeggiava la scritta: FINCHÉ LA SANTA LEGGE VI TIENE SEGREGATI IN GALERA E INCATENATI, STANNO PIÙ SICURI LO STATO E LA PROPRIETÀ. Lui aveva sfidato entrambi, e si era macchiato per di più di due colpe imperdonabili: la popolarità e l’aver agito per l’ideale anarchico.

Suicidarsi è impossibile, non avendo nemmeno a disposizione un lenzuolo, anche se, quasi trent’anni addietro, avevano lasciato credere che Gaetano Bresci ci fosse riuscito…

Sante si sforza di usare i ricordi per tenere la mente attiva.

Non ho mai sparato a uomini disarmati, ho ucciso per difendermi e per restare libero, sono solo stato più svelto di loro… Non è servito a niente, ma non rinnego quegli anni vissuti intensamente

Resiste due anni, e a quel punto arriva la salvezza: un trasferimento temporaneo ad Alessandria gli permette di spaziare con la vista sul mare, dopo oltre settecento giorni di sguardo limitato alla cella. Ci mette un po’ ad abituarsi alla luce, la penombra perenne dei sotterranei ha rischiato di ledergli irrimediabilmente gli occhi. Respira la brezza del mare e si sente rinato. Se non ci fosse stata la provvidenziale revisione del processo agli amici d’infanzia Pasquale Leggero e Attilio Carrega, chissà se sarebbe mai arrivato al termine dei cinque anni di isolamento senza ridursi a una larva umana. E poi, lo rinfranca la speranza di poter scagionare i due innocenti: lui solo sa in quanti modi ci ha provato.

Lo portano in Tribunale con indosso lo squallido pigiama da segregato, il numero 1504 cucito sul petto, incatenato mani e piedi. Qui rivede Girardengo, convocato come testimone: i due si scambiano un cenno, un muto saluto. Il campione ribadisce la deposizione di allora, mentre Sante, come al solito, si assume ogni colpa e cita come complici soltanto i compagni morti.

In una pausa del dibattimento, si avvicina alla gabbia un sacerdote. È don Ettore Casalegno, fratello del portavalori ed ex carabiniere ucciso nella prima rapina tragica del gruppo:

“Con il cuore, sento di doverti cristianamente perdonare, ma sono qui a deporre per difendere i diritti dei tre bambini rimasti orfani del padre”.

Sante non è neppure tentato di rispondere che quella volta non è stato lui a sparare, ma Peotta o forse Novatore.

“La capisco. Ma lei ignora che i miei due nipotini si trovano nelle stesse condizioni dei figli di suo fratello.”

Ancora una volta è stato tutto inutile: la condanna per Leggero e Carrega viene confermata. Ma almeno Sante ha potuto rimettere in sesto il cervello e muovere i muscoli, con la forza di volontà riacquistata affronterà i rimanenti tre anni di isolamento sotto terra.

Cerca di dormire il più possibile, e sogna spesso sua madre, ma ancor più sogna di pedalare su una Bianchi da corsa, nelle campagne di Novi, o nei dintorni di Parigi… Da sveglio pensa, ricorda, si sforza di esercitare la vista fissando le proprie mani, che avvicina e allontana, lentamente. E si impone l’autodisciplina di fare ginnastica tutti i giorni, anche quando i dolori ai muscoli e alle articolazioni sono lancinanti. Ma è l’udito a dargli i problemi maggiori: negli ultimi tempi non riesce quasi a sentire l’ululato del vento, l’unica compagnia costante. Teme di essere diventato sordo. Ma quando qualche sventurato urla in una cella vicina mentre lo legano al letto di contenzione, la compassione lascia il posto alla piccola, incommensurabile gioia di comprovare che le sue orecchie percepiscono ancora quel suono straziante.

E i cinque anni sono trascorsi. Essere condotto in una cella “normale”, dove i ritmi vengono scanditi da antiche abitudini in una sorta di quotidiano rituale, gli sembra una conquista. E c’è quella preziosa finestrella scavata nelle spesse mura settecentesche, da cui si vede una minuscola porzione di cielo: il solo passaggio di una nuvola è un evento rincuorante. L’attimo in cui coglie il volo di un gabbiano, poi, una sferzata di vita.

Da Santo Stefano non è mai evaso nessuno. Sante lo sa. Ma è un po’ come l’utopia, e a lui piace pensare che “utopico” non significhi “irrealizzabile”, ma qualcosa che non si è ancora realizzato.

Mentre le guardie hanno mille cose a cui pensare, il detenuto ne ha una sola: inventarsi l’occasione per evadere.

Gli anni passano, a ogni 1° gennaio Sante fa il conto. In tutto quel tempo riceve una sola visita, l’unica: dopo tante tribolazioni sua sorella Carmelina ha ottenuto il permesso. In un’ora tenta di raccontargli un’infinità di cose. Lui ascolta, la rincuora, e la prega di non sobbarcarsi altre umiliazioni e fatiche: “Devi pensare a tirare su i tuoi figli, io appartengo a un passato morto e sepolto”.

Un giorno, nel 1941, accade un fatto singolare. Il prigioniero della cella accanto è un poveraccio che il senno lo ha perso davvero. Subisce continue punizioni, lo legano alla branda nei sotterranei e lui ogni volta dà in escandescenze più di prima. In un momento di finta quiete, una mattina, il secondino passa ad aprire le inferriate affinché i carcerati svuotino, uno alla volta, il bugliolo nella cisterna dei liquami in comune. Commette un errore: mentre apre quella di Sante, non ha richiuso l’altra. E il “pazzo” gli si avventa contro, lo colpisce alla testa con il bugliolo, e non si ferma, lo sta ammazzando… Sante reagisce d’istinto, per pietà di entrambi: del detenuto che farebbe una brutta fine e della guardia che in quel momento è solo un essere umano indifeso. Blocca l’esagitato e lo tiene fermo finché non arrivano altri agenti, che portano via lui e soccorrono il collega tramortito. Un gesto generoso, il suo, da cui Sante non spera affatto di ottenere concessioni. Ci sono secondini, a Santo Stefano, che si comportano come sadici, ma altri, ed è il caso dell’uomo che ha salvato, dimostrano quel briciolo di umanità che serve a rendere la prigionia meno infernale. Comunque, il direttore lo convoca per esprimergli riconoscenza, e anche se dimenticherà di riferire al ministero quel comportamento che potrebbe valergli un domani il trasferimento in un carcere meno punitivo, qualche tempo dopo gli concede la facoltà – preziosa e irrinunciabile – di lavorare come aiuto cuciniere. Un piccolo privilegio che contravviene alle norme, visto il divieto di lavoro interno per un ergastolano pluriomicida come lui.

Intanto, fuori da quelle mura era scoppiata un’altra guerra mondiale, ancora più feroce della prima, ma questa è una sorta di regola perversa: ogni nuova guerra è più disumana della precedente, perché se così non fosse vorrebbe dire che gli esseri finalmente umani hanno deciso di relegare le guerre nella storia di un passato remoto.

Sante non può immaginarlo, ma nella vicina Ventotene c’è Caterina, condotta lì al confino nel 1940 perché anarchica, e quindi “disfattista”. Caterina non ha mai cessato di raccogliere fondi, perlopiù inviati dai compagni emigrati negli Stati Uniti, con cui sostenere i detenuti della banda e pagare le spese processuali di ciascuno. Ora che è relegata a Ventotene, anche quegli esigui aiuti sotto forma di pacchi con vestiario e cibarie cessano definitivamente.

Se prima il vitto era già uno schifo – tre etti di pane secco e un mestolo di zuppa di verdura al giorno –, con le ristrettezze del conflitto i prigionieri di Santo Stefano si vedono ridurre sempre più le razioni. Colpa anche della difficoltà per le imbarcazioni di solcare il Tirreno senza subire attacchi dell’aviazione alleata, e in definitiva, se manca il cibo per i soldati figuriamoci per i carcerati. Nel 1943 gli “ospiti” delle novantanove celle sono ormai ridotti a spettri. Il 24 aprile il piroscafo proveniente da Gaeta con le scarse provviste è centrato da un bombardiere e cola a picco: ottanta morti tra marinai e passeggeri, molti dei quali sono parenti dei reclusi che andavano al colloquio. La rabbia ha terreno fertile nella disperazione. Raro ormai il pane secco, nessuna parvenza di verdura nella brodaglia ma a malapena qualche patata marcia. Quando si diffonde la notizia che gli anglo-americani sono sbarcati nelle isole vicine, la speranza di mettere fine ai morsi della fame suscita un clima di tensione generale: i giorni non passano, e nemmeno le ore, l’attesa diventa spasmodica. Finalmente, al molo della Marinella attracca un’imbarcazione proveniente dalla vicina Ventotene: sbarca un drappello di militari alleati che si presenta in carcere con una lista di nomi. Sono i detenuti politici, che vengono prelevati. Se ne vanno. Tutti gli altri rimangono rinchiusi e a pancia vuota, viene tolta loro persino l’ora d’aria, che in un carcere simile è necessaria per sopravvivere quanto il pane. Sante Pollastro, anarchico espropriatore, non viene considerato un avversario del regime ma un delinquente. Se avesse cominciato a uccidere servitori dello stato fascista qualche mese prima sarebbe stato un partigiano, averlo fatto negli anni venti lo rende un assassino.

La delusione sfocia in furia cieca. Sante si sforza di mantenere calmi i compagni di prigionia, li esorta a fidarsi di lui e a insorgere al momento opportuno. In cucina non c’è quasi più niente da mettere in pentola, ma lui è pur sempre adibito a quel lavoro. D’accordo con gli altri cucinieri, il 14 novembre 1943 immobilizza un brigadiere e una guardia, che rinchiude in portineria. Si impossessa di coltelli, forchettoni, mestoli, padelle, qualsiasi cosa si possa usare come arma, che distribuisce agli ammutinati. Poi vanno a liberare tutti gli altri, scardinando le cancellate con mezzi di fortuna: l’unione fa la forza. Sante prende con sé i pochi di cui si fida e va a sfondare il portoncino dell’armeria a colpi di mazza: pistole e fucili, persino una mitragliatrice che viene piazzata su una terrazza. Adesso che hanno le armi, Sante si raccomanda accoratamente di non torcere un capello ai secondini, non è il momento delle vendette individuali, occorre mantenere il sangue freddo se vogliono avere una possibilità di evadere. E non è facile convincerli, perché nelle fasi concitate della rivolta qualche guardia ha sparato uccidendo un detenuto. Ma almeno per il momento gli danno retta: gode di grande rispetto e tutti lo considerano, suo malgrado, il capo.

Di lì a poco fanno un’amara scoperta: il cancello esterno è stato murato su ordine del direttore, per aggirare l’ostacolo occorre passare lungo il parapetto. Sante ci prova. Quando gli manca poco a raggiungere una garitta, da cui potrebbe scendere per una stretta scala, si afferra al bordo della feritoia, ma l’intonaco eroso da secoli di salsedine si sbriciola e lui precipita. Si frattura la gamba sinistra. I compagni riescono a scendere in quella porzione di cortile interno e lo trasportano a braccia.

L’indomani, gli scellerati che hanno “liberato” Ventotene aprono il fuoco con una mitragliera verso Santo Stefano. Non si rendono conto che così facendo rischiano di innescare una strage di ostaggi. Ancora una volta, Sante placa gli animi. La notte, una motovedetta lancia diversi razzi illuminanti: continuano a provocarli, anziché sfamarli. Sante, seduto su una sedia con la gamba steccata alla meno peggio, raduna i detenuti con cui ha un rapporto di fiducia, spiega che evitare un bagno di sangue è l’unica speranza di scongiurare la rappresaglia: viene deciso che uno di loro andrà a parlamentare con quelli della motovedetta, che gira incessantemente a pochi metri dalla riva. Quando torna, riferisce l’ultimatum: se non ammucchiano tutte le armi nel cortile principale, innalzando una bandiera bianca sul pennone, interverrà l’aviazione bombardando il carcere. E se non basterà a sedare la rivolta, due cacciatorpediniere apriranno il fuoco con le artiglierie di bordo.

“Non gliene frega niente di ammazzare secondini e direttore?”

“No, perché li considerano degli incapaci, visto che si sono fatti mettere sotto da noi, cenciosi ergastolani morti di fame.”

Sante annuisce. Non hanno scampo. Ha la febbre, i dolori alla gamba sono insopportabili, ma ancor più intollerabile è il pensiero che, mentre i tedeschi controllavano mezza Italia e buona parte dell’Europa e della Russia, la poderosa macchina bellica degli Alleati sprecava aerei e navi per sottomettere un pugno di disperati rinchiusi in quel lurido avamposto sperduto in mezzo al mare, su una microscopica isola che i piloti avrebbero faticato a individuare sulle mappe. Comunque, hanno promesso che se si arrendono verranno tutti trasferiti altrove, anche perché le devastazioni hanno reso inagibile Santo Stefano.

Quando sbarcano i soldati inglesi un ufficiale fa perquisire Pollastro, considerato il leader dell’ammutinamento: spera di trovargli addosso una pistola, che significherebbe la fucilazione sul posto. Gli va male, Sante è disarmato. Raccolgono i moschetti e le pistole, portano via la mitragliatrice dal terrazzo e tornano a Ventotene lasciando lì un drappello di carabinieri che ha l’ordine di sorvegliare anche gli agenti di custodia: la situazione è paradossale, con le guardie che tengono a bada i detenuti e vengono controllate dai carabinieri con i fucili puntati.

Il 25 novembre si procede al trasferimento di tutti, ma il mare è agitato: una nave non può attraccare e devono prelevarli pochi alla volta su scialuppe che impiegano ben quattro ore a raggiungere Ventotene. Sante è legato a una barella, catene ai polsi e alle caviglie. Da lì, viene portato nel carcere di Procida. Quando la frattura non gli dà più grossi problemi, comincia a studiare l’evasione. Rispetto a Santo Stefano, qui ha una certa libertà di muoversi nei vari settori: il caos della guerra si fa sentire anche in carcere, e poi lui è considerato un antifascista, per molti non dovrebbe neanche essere lì, sebbene i secondini lo chiamino Fra Diavolo… Nella memoria popolare dei campani resta il brigante più celebre.

Nell’ottobre del 1944, assieme a un altro prigioniero di cui si fida costruisce dei rudimentali grimaldelli con i manici delle gavette. Una sera, approfittando di un’assenza della guardia di turno, decidono di tentare e riescono ad aprire le serrature delle rispettive celle, quindi anche il cancello del braccio. Raggiungono il cortile. Con lenzuola annodate e un uncino fatto con il filo di ferro si arrampicano sul muro di cinta… ma un secondino scorge le loro ombre e lancia l’allarme.

In quei quindici anni di reclusione il detenuto Santo Decimo Pollastri non solo aveva salvato la vita a una guardia, ma non si era mai preso una punizione per insubordinazione – a parte due rapporti scritti per tentativi di “corrispondenza clandestina”. Ora, per quella mancata evasione gli rifilano ben nove mesi di cella di isolamento. Peggio: lo riportano a Santo Stefano, dove i lavori di ristrutturazione sono stati eseguiti con miracolosa efficienza nonostante la guerra e la penuria di mezzi – le galere sembra abbiano sempre la precedenza su ospedali, scuole, strade e ferrovie – e dove lo rinchiudono nella stessa cella di prima: con l’accortezza di un catenaccio aggiuntivo, e le chiavi del lucchetto affidate al capo delle guardie che raramente passa da quelle parti. Però il regime di detenzione è meno duro, e per potersi liberare da pulci e pidocchi ogni tanto le guardie organizzano “il bagno”: a piccoli gruppi, li accompagnano in un’insenatura dove possono nuotare nudi per un quarto d’ora, sotto i fucili puntati dalla scogliera e la mitragliatrice della motovedetta che staziona davanti.

Sante rimane sull’Isola di Santo Stefano fino al 1950, quando lo trasferiscono a Volterra, e tre anni dopo a Parma, perché accusa dolori allo stomaco e spera di essere ricoverato e operato: in realtà, progetta come sempre di evadere, cosa impossibile dal famigerato Mastio di Volterra. I problemi alle viscere li ha da tempo per via dell’ulcera, ma li ha aggravati lui, ingoiando pezzi di intonaco: non fanno male quanto chiodi e vetri, però nelle lastre risultano come preoccupanti macchie scure. Niente da fare, non lo prendono in considerazione; comunque, ottiene almeno di rimanere a Parma.

Sua sorella Carmelina inoltra una domanda di grazia.

Sante non può sapere che già nel 1949 l’avvocato parigino Henry Torrés, quello che aveva chiesto una pena superiore alle richieste nel tentativo di non farlo estradare, aveva intercesso per chiedere la grazia incontrando il senatore Alberto Cianca, tra i fondatori di Giustizia e Libertà. Henry è diventato un eminente giurista, con incarichi di governo, ed è vicepresidente dell’Alta Corte francese. In pratica, è dal dopoguerra che sul tavolo del ministero giungono richieste di grazia per il detenuto antifascista Santo Pollastri, corredate da rapporti sull’intervento in cui aveva salvato la vita a un agente di custodia a Santo Stefano e rimarcando che era stato grazie a lui se durante la rivolta i detenuti non avevano ucciso nessuna guardia. Per diversi anni le richieste vengono respinte. Finché l’ennesima domanda, sostenuta da numerosi pareri positivi di operatori carcerari, direttori e persino cappellani – tutti concordi nel descriverlo “di animo buono e generoso, mite e laborioso” –, il 1° agosto 1959 ottiene la grazia.

Dopo trentadue anni, Sante torna un uomo libero.

Va a vivere in un appartamentino nella sua Novi, riprende i contatti con gli anarchici, frequenta assiduamente la sorella, e a un certo punto conosce una donna con cui dividerà il resto della sua vita, Concettina, detta Tina. Si compra una bicicletta, non da corsa ma robusta e dotata di portapacchi, con cui va alla stazione a prendere il treno per Genova; lì acquista articoli di merceria che poi rivende nelle campagne di Novi, pedalando duro malgrado la gamba che non si è mai rimessa in sesto del tutto e l’ulcera che ogni tanto lo tormenta. Nei vicoli del porto c’è sempre modo di rimediare qualcosa di contrabbando, ma deve stare attento: se non riga dritto per dieci anni di seguito, lo risbatteranno dentro. Un giorno gli rubano la bicicletta in stazione: “Proprio a me…”. Sorride e alza le spalle: “Sarà stato un ragazzo a cui serviva per andare a casa”. Due giorni dopo gliela riportano addirittura nel cortile: quel “ragazzo” doveva aver saputo che era di Sante Pollastro… E lui prosegue la sua vita dimessa, serena, concedendo qualche intervista ma senza esagerare, perché preferirebbe essere dimenticato che stare sempre alla ribalta. Si appassiona alla fotografia, e oltre a rivendere accessori e pellicole si procura una buona macchina con cui realizza foto singolari, suggestive, ingrandendo particolari di fiori, foglie, animali, dettagli della natura visti con sensibile curiosità, e tante immagini di gatti, che adora. I compaesani lo rispettano: molti lo stimano per la sua dignitosa discrezione, e c’è pure chi lo teme ancora e cambia strada, ma in generale è benvoluto da tutti. Qualcuno narra che sapeva ancora imporsi con le maniere forti se subiva un sopruso o se un amico veniva fregato, perché fino all’ultimo Sante Pollastro ha tenuto testa ai prepotenti. Ma in quei rari casi bastava dire come si chiamava perché abbassassero la cresta. In tanti dicevano un tempo, tra un bicchiere e l’altro all’osteria: “Se Pollastro esce di galera, sistemerà i conti in sospeso”. Non ci ha mai neppure pensato. E poi, quali conti? In ogni caso, la fama lo precedeva e l’alone di leggenda, suo malgrado, non poteva scrollarselo di dosso.

Una sera va a trovare Girardengo. Così, di punto in bianco, bussa alla sua porta. L’imbarazzo del campione è evidente, e poi ha passato qualche guaio durante il regime, quando i carabinieri gli chiedevano perché a Parigi non avesse chiamato i gendarmi, e lui rispondeva che arrestarlo era compito loro. Comunque, il Campionissimo più di tanto non potevano importunarlo.

I due si stringono la mano, e Sante dice solo: “Volevo ringraziarla per la sua testimonianza”. Gli ha dato rispettosamente del lei. E se ne va. Non si rivedranno mai più.

Nel 1977 Sante si lascia convincere dall’amico anarchico Giovanni Luigi Brignoli a compiere un viaggio indietro nel tempo: vanno sull’Isola di Santo Stefano a rivedere il carcere, abbandonato dal 1965. Possono vagare tra celle e bracci, nei cortili, rievocare dettagli dolorosi e in alcuni casi teneri, e cercare inutilmente la tomba di Gaetano Bresci: erbacce e arbusti hanno ricoperto tutto, e poi probabilmente le spoglie del regicida erano state riesumate e gettate in mare. Il direttore di allora voleva che non restasse neppure la memoria di una lapide su una piccola isola vulcanica, ma quel cimitero degli ergastolani serve comunque a Sante per un ultimo ricordo dell’anarchico tornato dall’America per fare giustizia.

In quegli anni Sante intrattiene una fitta corrispondenza con Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico Pino, volato da una finestra della questura di Milano come era accaduto tanti anni addietro all’anarchico Andrea Salsedo, “precipitato” dal quattordicesimo piano della sede del Bureau of Investigations di New York: fu il preludio della caccia ai macaroni sovversivi che portò Sacco e Vanzetti sulla sedia elettrica. Negli Stati Uniti Sante ha ancora molti compagni di ideali che non si sono dimenticati di lui: lo storico giornale degli anarchici italiani di New York, “L’adunata dei refrattari”, ha salutato con un articolo esultante la sua scarcerazione e pare che le centoventimila lire con cui ha iniziato il lavoro di commerciante ambulante siano arrivate proprio da loro. Sante ha subito risposto con una lettera: “Il mio primo pensiero in libertà è andato a voi compagni che mi avete aiutato sino a questo sospirato giorno. Grazie infinite di cuore a tutti”.

Il cuore… il suo è rasserenato dalla presenza amorosa di Tina: i due si vogliono un bene dell’anima, lei è più giovane, minuta, e accanto a Sante sembra ancora più piccola. Il cuore di Tina, invece, è minato da qualche infida malformazione, o è troppo debole per durare a lungo. Ma nessuno dei due lo sa. Nel 1978 Tina muore di infarto. Sante si sente smarrito, la vecchiaia gli arriva addosso di colpo, le energie si sono esaurite all’improvviso, ha retto a qualsiasi traversia della vita ma non ha voglia di superare questa: senza Concettina, nulla ha più senso. Le sopravvive un anno, forse meno. Il 30 aprile 1979, un forte bruciore allo stomaco si trasforma in fitta lancinante: maledetta ulcera, pensa, ma che importa, ormai… Muore di emorragia interna. Aveva lasciato detto che voleva essere sepolto davanti, e non di fianco, al suo amore. Così è: nel cimitero di Novi le loro tombe si guardano, una di fronte all’altra.